A.O.C.P.
(Arteriopatia Ostruttiva
Cronica Periferica)
La nostra U.O.C.
si occupa della valutazione diagnostica e del trattamento delle
AOCP.
Gli arti inferiori vengono irrorati
da un albero arterioso composto dall’aorta addominale e, da
ciascun lato, dalle arterie iliache, che originano dalla biforcazione
aortica, dalle arterie femorali, che rappresentano la prosecuzione
delle iliache all’inguine ed alla coscia, dall’arteria
poplitea, che decorre dietro il ginocchio continuando idealmente
il decorso dell’arteria femorale, e dalle arterie di gamba,
nelle quali l’arteria poplitea si suddivide. L’aterosclerosi
è la causa principale di lesioni ostruttive, complete o parziali
(ossia inducente un restringimento o stenosi), a carico di uno o
più vasi dell’albero arterioso degli arti inferiori
responsabili di un’insieme di quadri clinici, genericamente
definito arteriopatia ostruttiva cronica periferica degli
arti inferiori o, in gergo, AOCP (acronimo
della precedente definizione). Si tratta di malattie caratterizzate
da uno stato di insufficienza dell’apporto di sangue arterioso
ai tessuti periferici (ischemia della pelle e dei muscoli degli
arti inferiori), che impiega tempi generalmente lunghi per instaurarsi
e provoca effetti persistenti (ischemia cronica).
Le AOCP si differenziano pertanto dalle ischemie
acute, nelle quali avviene invece un’improvvisa e brutale
cessazione dell’irrorazione arteriosa periferica, che impone,
ai fini del salvataggio dell’arto colpito, un intervento chirurgico
urgente. Ciò nonostante le AOCP rappresentano una malattia
non meno grave ed insidiosa dell’ischemia acuta, la cui evoluzione
naturale consiste nel graduale peggioramento dei sintomi iniziali,
sino alla perdita d’arto e, in alcuni casi, al decesso del
paziente.
Complessivamente questa malattia coinvolge
un’ampia fascia di popolazione; si stima infatti
che ne sia affetto sino al 2% dei soggetti di età inferiore
ai 40 anni, sino al 7% dei soggetti di età inferiore ai 60
anni, il 10-20% dei soggetti con età tra i 60 ed i 70 anni
e oltre il 20% dei soggetti di età superiore ai 70 anni.
In base alla rapidità di sviluppo delle
lesione aterosclerotiche ed alla loro estensione, il nostro organismo
è in grado di offrire un compenso spontaneo alle stenosi
o alle ostruzioni mediante l’accrescimento (ipertrofia) di
vasi, detti circolo collaterale, capaci di creare bypass spontanei
tra i segmenti arteriosi situati prima della stenosi o dell’ostruzione,
e quelli posti dopo ( a valle).
Grazie al circolo collaterale
alcune lesioni arteriose possono risultare totalmente asintomatiche,
cioè non associate a disturbi.
Agli inizi del secolo Leriche e Fontaine hanno
classificato le AOCP in 4 stadi a seconda dei quadri clinici che
sviluppano.
Il I stadio corrisponde alle lesioni
asintomatiche; il II stadio rimanda alla claudicatio
intermittens (dolore crampiforme muscolare alla deambulazione) ed
è diviso nelle sottoclassi IIA e IIB
a seconda dell’autonomia di marcia libera da dolore (Stadio
IIA: Intervallo libero di marcia > 150 metri – Stadio IIB:
Intervallo libero di marcia < 150 metri); il III stadio
è relativo al dolore a riposo; il IV stadio
si riferisce alla morte (necrosi) dei tessuti, quali l’ulcera
e la gangrena.
La claudicatio intermittens è
il sintomo più comune. Si tratta di dolori crampiformi, localizzati,
a seconda del livello e dell’estensione delle lesioni arteriose,
a carico del polpaccio, della coscia ed eventualmente anche del
gluteo.
Tale sintomo viene evocato dalla deambulazione,
dopo percorsi stereotipati in quanto a distanza. L’autonomia
di marcia, libera da dolore ischemico, prende il nome di intervallo
libero. Il dolore crampiforme regredisce spontaneamente dopo un
certo intervallo di tempo durante il quale il paziente rimane fermo
in piedi, detto tempo di recupero. A causa dell’esigenza di
fermate “obbligate” dopo determinate percorrenze, nell’attesa
che il dolore crampiforme si risolva, i pazienti spesso si soffermano
dinanzi a vetrine. Per tale ragione, questo stadio è anche
definito malattia delle vetrine. La causa della claudicatio intermittens
è correlata al fatto che la discrepanza tra le richieste
di ossigenazione muscolare e l’effettiva quantità di
sangue che raggiunge i muscoli, è presente solo quando le
richieste di ossigeno e nutrienti, veicolati dal sangue arterioso,
aumentano per effetto del lavoro muscolare, indotto dalla marcia.
Il III stadio rappresenta una
fase più grave della malattia, nella quale le lesioni arteriose
sono avanzate al punto tale da indurre uno stato di ossigenazione
insufficiente anche a riposo. Per questa ragione i pazienti soffrono
di dolore cronico a riposo a carico di un arto, con localizzazione
alle dita, al piede o anche alla gamba. Il dolore spesso assume
carattere tenebrante e risulta ribelle alla somministrazione dei
comuni analgesici, con necessità di assunzione di morfina
o di suoi derivati. La natura del dolore, la sua persistenza, gli
effetti dei farmaci somministrati e della mancanza di riposo notturno,
creano spesso turbe della personalità. Nel contempo le sostanze
tossiche prodotte dai tessuti ischemici periferici compromettono
gradualmente la funzionalità di organi quali il cuore ed
i reni, inducendo uno stato infiammatorio sistemico che conduce
allo sviluppo di complicanze anche letali, come l’infarto
del miocardio. E’ importante ricordare che l’aterosclerosi
è una malattia sistemica e che alle lesioni a carico delle
arterie che nutrono gli arti inferiori, sovente se ne associano
altre a carico delle coronarie (arterie del cuore).
Il IV stadio dipende da una forma
ancora più grave della malattia nella quale, l’ischemia
periferica supera ogni possibilità di compenso da parte del
circolo collaterale con necrosi (morte e distruzione cellulare)
di un territorio tissutale più o meno ampio. Gli equivalenti
clinici sono le ulcere trofiche ischemiche e la gangrena, nelle
forme secca ed umida, quest’ultima dovuta al sovrapporsi di
infezioni batteriche con putrescenza.
La gravità della malattia agli stadi III
e IV è suggerita anche dalla suggestiva definizione fornita
a queste forme, ossia ischemia critica.
Un accenno merita anche l’arteriopatia
diabetica, responsabile della condizione nota come piede
diabetico, nella quale al danno a carico delle arterie di grosso-medio
calibro si associa quello del micro-circolo (vasi di distribuzione
tissutale) con lesioni necrotiche generalmente umide, associate
ad alterazioni dei nervi periferici e deformazioni ossee.
ICONOGRAFIA
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